Nell’estate del 2002, a Longiano, in occasione della  mostra “ Le cose così come sono” curata dalla Fondazione Tito Balestra, ho conosciuto Alan Gattamorta di Cesenatico che si è formato alla Scuola del Mosaico di Ravenna sotto la guida del maestro Francesco Verlicchi da lui sempre

stimato.

Il nostro incontro, inizialmente, è stato informale: c’era fra noi un reciproco rispetto e, da parte mia, una sentita curiosità per le sue opere e per la sua personalità.

Una produzione, la sua, nuova, difficile, coinvolgente; certamente il lavoro di un artista.

Ci siamo incontrati ancora: nel mio studio a Sorrivoli, nel suo studio a Cesenatico.

Abbiamo approfondito la nostra conoscenza e io ho ancora di più compreso le sue qualità creative.

Nel suo studio erano appesi grandi arazzi a mosaico di carta che raffiguravano pesci, bicchieri volti, bottiglie, … cose.

Mi hanno coinvolto ed emozionato.

Ho capito che Alan è un artista a sé, iniziatore di un modo suo di fare arte, impegnato nella ricerca e mai allineato con altri o con altre correnti.

E’ complicato e nel medesimo tempo semplice, conservatore e

sperimentatore, legato dentro le paure, le ansie, le timidezze.

Possiede la forza di trovare dentro se stesso quello che vuole fare e sempre da solo.

L’ultima sua produzione che ho visto riguarda le opere legate all’ambiente di Cesenatico nel suo mutare secondo l’avvicendarsi delle stagioni.

Sono acquarelli su carta della dimensione di cm. 35x50 caratterizzati da rapide stesure o macchie di colore, dai bianchi della carta o dal bianco dell’acrilico che lui aggiunge per evidenziare forme o parte di esse.

Osservati da vicino si intuisce la densa manipolazione in ambito schematico, semplice, informale; direi quasi che si può trattare di un espressionismo astratto.

Se si allontanano, le forme e le macchie si fondono, si dilatano in un

cromatismo emotivo e magico che ricrea il paesaggio.

Non si ha mai il realismo anche se il modello è tolto da fotografie che Alan stesso scatta e trasforma in una miscela di forme, elementi e colore.

E’ un gioco strano che mette in dubbio il modo razionale e tradizionale di vedere la realtà.

E’ un nuovo metodo di risposta all’atto visivo conosciuto:

 

 - aprés la nature;

 - attraverso la memoria,

 - col disegno dal vero,

 - con la fotografia.

 

La fotografia permette ad Alan di registrare, fissandole in un attimo, le pluriformi emozioni ricevute dal paesaggio in cui lui è immerso e che vive lungamente.

Quando dipinge il suo foglio, non compie affatto un’azione ma quello che avviene è un raptus ipnotico, un solipsismo rapido, individuale, solitario che riempie, condiziona, isola dalla realtà.

Si percepisce una solitudine profonda e il distacco dalla gente.

L’uomo quando c’è, è appena visibile, è lontano, sempre in un frammento, di spalle o senza il viso, incompreso, poco significativo, quasi rifuggito.

Il fare arte è per lui un fatto ossessivo che assorbe tutto il suo tempo e che condiziona le visioni, i pensieri, le emozioni, staccandolo sempre di più dal rapporto con l’altro, dal contatto umano e dalla realtà.

Alan è un artista.

Essere artista, secondo me, non è fare la realtà bella ma sapere interpretare e trasferire le emozioni che questa dà misteriosamente e che rimangono sempre.

Nelle sue opere c’è la ricerca continua del proprio essere, c’è il variare della tecnica e della materia per essere compreso.

Io lo stimo e concordo con l’artista quando, nella sua dichiarazione di poetica scrive…“Nel mio lavoro non si raggiunge mai la sicurezza di un risultato…se riesce a stupirmi mi convinco della sua qualità”,

anch’io ora sono stupito della sua personalità e della sua opera.

 

Ilario Fioravanti

 

Savignano sul Rubicone.

12 – Febbraio - 2007